
Biohacking, la nuova frontiera del benessere
Intervista al Dr.MED. Angelo La Leggia
di emergee
Dimenticate chip sottopelle o pozioni miracolose: il biohacking di oggi è scienza applicata alla vita quotidiana. Lo conferma il Dr.med. Angelo La Leggia, esperto in fisiopatologia cardiovascolare, CEO di Cardiovascular Care® e partner di 02TRUST, con oltre 15 anni di esperienza nella medicina preventiva.
Dottor La Leggia, ci può spiegare in parole semplici che cos’è davvero il biohacking e cosa comprende?
“È l’insieme di strategie e tecnologie per ottimizzare corpo e mente. Parliamo di pratiche spesso semplici –sonno di qualità, esposizione alla luce naturale, alimentazione mirata – che permettono di migliorare salute e performance in modo consapevole e misurabile”.
Da dove nasce questo approccio?
“Affonda le radici nei primi anni 2000, in ambienti tech come la Silicon Valley. Oggi si è evoluto in una disciplina più accessibile, integrando scienza, dati e abitudini quotidiane. Il focus si è spostato dalla performance estrema alla prevenzione sostenibile”.
Che ruolo può avere in azienda?
“Un impatto enorme. Lo stress cronico e il burnout sono epidemie silenziose. Interventi di biohacking – come la modulazione della variabilità cardiaca (HRV), pause consapevoli o luce calibrata negli ambienti di lavoro – aiutano a prevenire il crollo energetico e a proteggere il capitale umano”.
Anche nella prevenzione cardiovascolare?
“Assolutamente. Il monitoraggio quotidiano di parametri come HRV, pressione e qualità del sonno consente di cogliere segnali precoci di squilibrio. L’obiettivo è intervenire prima che la malattia si manifesti”.
Quali strumenti consiglia a chi vuole iniziare?
“App per il sonno, braccialetti per l’attività fisica, respirazione guidata, luce naturale al risveglio. Non servono tecnologie costose. La chiave è la costanza”.
Ci sono rischi in un approccio “fai da te”?
“Sì. Senza una guida clinica, alcune pratiche possono essere inefficaci o dannose. Il medico ha un ruolo centrale per rendere il biohacking sicuro e personalizzato: è qui che nasce il concetto di biohacking clinico”.
Microbiota, biomarcatori, dati: come si integrano?
“Analizzare il microbiota o parametri come vitamina D, glicemia, HRV permette di adattare lo stile di vita su base scientifica. È un approccio data-driven, non basato su mode”.
Il biohacking rischia di restare un lusso per pochi?
“Sì, se lo riduciamo a gadget costosi. Ma i fondamenti–sonno, luce, movimento, alimentazione – sono accessibili a tutti. Democratizzarlo significa formare cittadini consapevoli, non solo atleti performanti”.
Il paziente del futuro?
“Più attivo, più informato, più protagonista. Il sistema sanitario dovrà essere meno reattivo e più predittivo. Il biohacking può accelerare questa transizione: vivere meglio e più a lungo, non è fantascienza, è prevenzione consapevole”.
