
Parkinson, la diagnosi passa dalla pelle
Dai sintomi invisibili ai biomarcatori cutanei: la ricerca ticinese esplora nuove strade per riconoscere la malattia prima che sia in stadio avanzato
Il morbo di Parkinson resta una malattia difficile da intercettare nelle sue fasi iniziali. In Svizzera colpisce oltre 15’000 persone e ogni anno si aggiungono tra 1’000 e 1’500 nuovi casi. I segnali più noti - tremori e lentezza nei movimenti - sono anche quelli che arrivano più tardi. Prima, spesso, la malattia si muove in silenzio.
“Quando compaiono i sintomi motori, il processo è già in fase avanzata”, osserva Salvatore Galati, capo servizio di Neurologia all’Istituto Neuroscienze Cliniche della Svizzera Italiana, intervenuto alla trasmissione Millevoci pochi giorni prima della Giornata mondiale del Parkinson. È proprio questo ritardo a orientare oggi la ricerca.
Tra le piste più promettenti ce n’è una che porta lontano dal cervello, almeno in apparenza. Porta alla pelle.
L’idea nasce da una parentela biologica spesso trascurata. “Cute e sistema nervoso hanno un’origine comune: si sviluppano dalle stesse cellule durante la fase embrionale”, ha spiegato Elena Vacchi, attiva nei Laboratori di ricerca traslazionale dell’EOC di Bellinzona alla trasmissione radiofonica su Rete Uno. Una connessione che rende la pelle un tessuto sorprendentemente informativo.
Non si tratta di un’indagine complessa. Basta un piccolo prelievo, pochi millimetri di tessuto, per osservare al microscopio la rete di fibre nervose. Una procedura rapida, senza punti di sutura, ben tollerata dai pazienti. “Valutiamo la presenza dei nervi e la loro densità”, chiarisce la ricercatrice.
Ma è un altro elemento a rendere questa tecnica particolarmente interessante. Il Parkinson è caratterizzato dall’accumulo di alfa-sinucleina, una proteina che si deposita nel cervello. Oggi sappiamo che questi stessi accumuli possono essere individuati anche nella pelle.
“Possiamo rilevare l’alfa-sinucleina anche a livello periferico”, sottolinea Vacchi. Le differenze emergono nella distribuzione dei depositi: nella prima tendono a concentrarsi in alcune aree del corpo, nella seconda in altre. Informazioni che, insieme allo studio delle fibre nervose, consentono una diagnosi più precisa.
Il passo successivo è ancora più ambizioso: identificare la malattia prima dei sintomi. In Ticino, la ricerca si sta concentrando su persone con disturbi del sonno REM, considerati un possibile segnale precoce. Non tutti svilupperanno Parkinson, ma il rischio è elevato.
“In alcuni di questi pazienti, che non presentano ancora sintomi motori, riusciamo già a osservare l’alfa-sinucleina”, spiega Vacchi. Un’indicazione che potrebbe permettere di prevedere l’insorgenza della malattia con anni di anticipo.
Resta però un limite importante: oggi non esiste una cura definitiva. “Non abbiamo ancora risposte complete”, ammette Galati. Le conoscenze attuali indicano un’origine multifattoriale, dove predisposizione genetica e fattori ambientali - come l’esposizione a sostanze tossiche - si intrecciano. In questo quadro, anche lo stile di vita conta. “Attività fisica e alimentazione equilibrata hanno un ruolo nella riduzione del rischio”, ricorda il neurologo.
Il punto, però, resta un altro: arrivare prima. Perché nel Parkinson il tempo non è solo una variabile clinica, ma la differenza tra osservare la malattia e avere, un giorno, la possibilità di fermarla.
