Monitorare la salute: naturale evoluzione o pericolosa ossessione?

Tecnologia, salute e psicologia: come i dispositivi digitali stanno ridefinendo il rapporto con il nostro corpo

Nel “nuovo” mondo globalizzato di oggi, reo di trascinarsi con sé lo stigma di nuovo quando nuovo ormai non è più, la tecnologia è al centro. Una sorta di Saturno attorno al quale, volente o nolente, ruotano tutti gli anelli planetari che incarnano gli ambiti della quotidianità. 

Ed è con questa premessa che anche un tema così antropologicamente profondo come il controllo della salute sia invaso, o meglio, accompagnato, dalle tecnologie più sviluppate. Non è in discussione, ovviamente, la concretezza di tutti i macchinari utilizzati negli ospedali o la digitalizzazione dei sistemi sanitari, ma quanto più la presenza della tecnologia nell’autonomo monitoraggio del nostro stato di salute. In altri termini, l’avvento della tecnologia ha rivoluzionato numerosi aspetti del settore sanitario e tra questi anche il concetto di salute digitale: la semplificazione, attraverso strumenti e dispositivi indossabili, del monitoraggio, della prevenzione e della gestione del proprio stato di salute. Parimenti allo sviluppo di questa pratica, emerge il dibattito: monitorare la propria salute attraverso questi strumenti è naturale evoluzione o un’ossessione con risvolti psicologici? Senza dubbio giungere a una risposta univoca è impresa ardua. A ogni modo, ci poniamo l’obiettivo di garantire una panoramica quanto più completa sul tema di modo tale che, in autonomia (con o senza il supporto della tecnologia), ognuno possa giungere alla propria risposta. 

Oggi ogni smartphone è provvisto di App che consentono all’individuo di tenere traccia di una miriade di parametri: dal battito cardiaco alla salute del proprio sonno, dai picchi glicemici al livello di saturazione dell’ossigeno del sangue. E se pensate siano solo strumenti pensati per chi ama il fitness o l’attività fisica, vi sbagliate: la vera chiave di volta è all’avvento della telemedicina. Secondo la definizione, l’insieme di servizi sanitari erogati a distanza tramite l’uso di tecnologie digitali e di telecomunicazione, che permettono a medici e professionisti di diagnosticare, monitorare, prevenire e curare i pazienti senza la necessità della presenza fisica nello stesso luogo. Chiaramente, lo sviluppo di questa pratica è stato preso per mano dalla pandemia di Covid-19: si stima che nel 2020 le visite a distanza siano addirittura aumentate del 154%.

Attori protagonisti degli ultimi anni sono però i dispositivi indossabili, vere e proprie estensioni della soggettività. Orologi e braccialetti in grado di fornire informazioni mediche in tempo reale senza essere considerati veri dispositivi medici. Questo ma non solo: esistono anche dispositivi utili al monitoraggio delle condizioni croniche. Due tra i più diffusi sono i sensori per la glicemia utilizzati dai pazienti diabetici che permettono di monitorare il livello di zucchero senza punture quotidiane, e le apparecchiature wereable che monitorano la pressione sanguigna, permettendo alle persone affette da ipertensione di tenere sott’occhio i loro parametri e intervenire quanto più tempestivamente possibile. La frontiera meno conosciuta e forse più intrigante sul tema è ciò che riguarda lo smart clothing, letteralmente “abbigliamento intelligente”. Come facilmente intuibile, una tipologia avanzata di abbigliamento che integra la tecnologia (sensori, fili conduttivi, microchip e moduli di comunicazione) nei tessuti stessi. Si tratta di un settore in forte crescita, con previsioni di mercato molto elevate per gli anni a venire e tecnologie sempre in espansione. Di fatto, vengono incorporati nei vestiti dei sensori che misurano segnali biologici come battito cardiaco ed elettrocardiogramma, respirazione, temperatura corporea, attività muscolare e movimento, livelli di stress e postura. Oggi i dati raccolti vengono trasferiti attraverso comunicazioni Bluetooth e Wireless a smartphone e tablet e, alcuni vestiti intelligenti di ultima generazione, comunicano in tempo reale con algoritmi di intelligenza artificiale che analizzano i parametri restituendo informazioni utili, feedback e allarmi. Considerato il numero di ore giornaliere in cui, banalmente, indossiamo vestiti, le potenzialità sono sotto gli occhi di tutti. 

Guardando il quadro un po’ più da lontano, quindi, quali sono i vantaggi di un monitoraggio autonomo così intenso, continuo e proattivo della propria salute? Non c’è dubbio che alla base della piramide dei vantaggi ci sia la personalizzazione delle cure: grazie ad una così massiva raccolta di dati, i professionisti possono monitorare il quadro clinico del paziente in modo quasi capillare. Volendo, anche 24 ore su 24. Un punto a favore non da poco se consideriamo che uno stile di medicina così individualizzato e preciso dovrebbe essere direttamente proporzionale a un aumento di efficacia delle cure stesse. In un futuro ideale, forse utopistico, l’avvento della telemedicina oggi come la diffusione di Internet ieri, dovrebbe avere la forza di abbattere le barriere geografiche. Se non è più necessario doversi fisicamente recare in uno studio medico o in un ospedale, allora anche chi proviene da zone più remote e isolate dovrebbe avere il medesimo accesso alle cure. Secondo la stessa logica, una medicina sempre più digitale porterebbe benefici anche a pazienti con difficoltà di spostamento, agli anziani o a chi ha gravi disabilità motorie. A questo proposito, la WHO (World Health Organization) prevede che la salute digitale e la conseguente riduzione di visite ospedaliere condurrà a un risparmio di 200 miliardi di dollari entro il 2030.

Sull’altro piatto della bilancia, però, le sfide e i limiti di queste pratiche hanno argomentazioni altrettanto consistenti. Uno dei temi più discussi è quello della privacy e della sicurezza dei dati. Ciò che i dispositivi rilevano sono informazioni assolutamente private, che quindi necessitano di un’adeguata protezione. Siamo certi che le app garantiscono sempre questo livello di privacy? Un altro problema significativo è, ovviamente, il divario digitale. Da un lato non tutta la popolazione ha accesso a una connessone così stabile e, dall’altro, una traslazione imperativa della sanità rappresenterebbe un ostacolo per le fasce d’età che hanno scarsa conoscenza dei dispositivi digitali. Questi e gli altri potenziali limiti possono essere racchiusi nel calderone della responsabilizzazione (positiva o negativa) del soggetto. Con il proliferare di software di monitoraggio, rischia di venir meno uno degli assunti di base della medicina secondo cui la conoscenza è prerogativa dei medici. In altre parole, il ruolo del paziente sarebbe sempre più centrale: avendo accesso a uno spettro così ampio di informazioni, siamo sicuri che non finiremmo per cercare soluzioni in autonomia, senza ricorrere al consulto di uno specialista?