
La nuova cultura della salute mentale nello sport
Da Naomi Osaka a Kevin Love passando da Simone Biles: storie di sportivi che hanno messo la mente al primo posto
Per molto tempo la salute mentale è stata raccontata come un problema che riguarda “gli altri”: chi non regge la pressione e chi, in qualche modo, cede. Lo sport professionistico ha contribuito in modo decisivo a rafforzare questa narrazione, costruendo il mito dell’atleta come figura capace di sopportare tutto, dalla fatica, al dolore passando per le aspettative, e l’esposizione mediatica. Eppure, negli ultimi anni, proprio dallo sport sono arrivate alcune delle smentite più forti e difficili da ignorare. Casi non da poco conto che hanno coinvolto atleti al vertice assoluto, mostrando come nessun livello di successo metta davvero al riparo dal disagio.
Il primo grande spartiacque recente è rappresentato dal caso di Naomi Osaka. Nel 2021, nel pieno della carriera e da favorita al Roland Garros, Osaka annuncia che non parteciperà alle conferenze stampa post-partita per tutelare la propria salute mentale. Spiega apertamente che quell’esposizione costante alimenta stati di ansia e aggrava una depressione presente da tempo. La reazione delle istituzioni sportive è immediata e rigida: sanzioni, richiami al “dovere professionale” e addirittura una minaccia di esclusione dal torneo. A quel punto Osaka compie un gesto senza precedenti: si ritira per decisione propria.
Quel ritiro segna una frattura simbolica. Per la prima volta, una campionessa al vertice afferma pubblicamente che la prestazione non può essere anteposta al benessere psicologico. Non chiede indulgenza, ma mette in discussione un principio dato per scontato: l’idea che la sofferenza mentale sia il prezzo inevitabile del successo. Da quel momento, la salute mentale entra nel dibattito sportivo come problema strutturale e non come fragilità individuale.
Pochi mesi dopo, alle Olimpiadi di Tokyo, un altro episodio rende impossibile archiviare il tema come un’eccezione. Simone Biles, la ginnasta più vincente della storia, si ritira da diverse finali olimpiche. In questo caso non si parla di depressione o ansia in senso clinico, ma dei cosiddetti twisties. Una condizione neuro-psicomotoria acuta in cui l’atleta perde la percezione automatica del proprio corpo nello spazio che è anche fortemente associata a stress estremo, sovraccarico mentale e ipercontrollo cognitivo.
A questo punto è utile fare un passo indietro nel tempo, per capire che il tema non nasce improvvisamente con i ritiri più clamorosi. Prima che fermarsi diventasse un gesto pubblico e legittimato, c’è stato chi ha mostrato un’altra possibilità: nominare il disagio restando dentro il sistema competitivo. È il caso di Kevin Love, campione della pallacanestro statunitense. Nel 2017, durante una partita NBA, Love viene colpito da un attacco di panico improvviso: tachicardia, difficoltà respiratorie, la sensazione di perdere il controllo. Per sua stessa ammissione, per molto tempo aveva interpretato quei segnali come problemi fisici.
Inconsapevole del fatto che in realtà si trattasse di ansia e depressione non riconosciute.
La svolta arriva quando Love decide di raccontare pubblicamente la propria esperienza, spiegando quanto sia difficile chiedere aiuto in un ambiente che premia il controllo emotivo e stigmatizza la vulnerabilità, soprattutto negli uomini. Love anziché ritirarsi o sospendere l’attività, intraprende un percorso terapeutico e continua a giocare. Il suo contributo non è il gesto eclatante, ma la rottura del silenzio che apre ad altre testimonianze nell’ambito delle eccellenze dello sport . Un gesto che attesta che prendersi cura della salute mentale non è incompatibile con l’attività a livelli professionistici, e apre uno spazio di parola che prima non esisteva.
Anche grazie al coraggio di questi atleti nell’esternare pubblicamente le proprie vicende personali, sempre più spesso, la pausa viene riconosciuta come una scelta funzionale alla prosecuzione, e non come una sconfitta o una resa. Ne è l’esempio Elina Svitolina, tennista ucraina che, in un periodo di forte stress emotivo e perdita di motivazione, decide e dichiara pubblicamente di interrompere temporaneamente l’attività agonistica per prendersi cura della propria salute mentale. La pausa non viene presentata come un fallimento, ma come una scelta di tutela. Pausa e ricerca di tempo di qualità e di lavoro su se stessa che producono effetti concreti. Svitolina infatti rientra nel circuito con una diversa consapevolezza e, di ricente, è tornata a competere ad altissimi livelli, attribuendo esplicitamente il proprio ritorno ai benefici derivanti da questa breve parentesi.
Messe in sequenza, queste storie raccontano un’evoluzione culturale chiara. Prima il silenzio, poi la parola; prima la resistenza a ogni costo, poi la possibilità di fermarsi, di curarsi, di tornare. Non esiste un’unica risposta al disagio, ma è ormai chiaro al mondo che emerge ignorarlo non è più sostenibile.
Ed è qui che il discorso esce definitivamente dallo sport. Perché se può accadere a chi ha vinto tutto, a chi è preparato, sostenuto e celebrato, allora non si tratta di fragilità individuale. Si tratta di modelli culturali, di aspettative irrealistiche, di sistemi che premiano la prestazione ma faticano a riconoscere il limite umano. La crescente apertura degli atleti sulla salute mentale rappresenta suo avanzamento in ambito sportivo e culturale in quanto ci insegna che chiedere aiuto è un atto di forza e di amore e non di sconfitta, che fermarsi può essere necessario e che tornare non è sempre una questione di forza, a volte è una questione di cura.


