Diritti e sanità

La pillola va giù?

a colloquio con Luca Milesi, farmacista FPH esperto presso la Commissione Federale della farmacopea di Swissmedic (BE)

di Maria Grazia Buletti

“Il camice bianco si usava un tempo e sa tanto di “laboratorio chimico”. Io preferisco semplicemente lavorare con la polo bianca: mi fa sentire più vicino alle persone”. Sono le prime battute con il farmacista Luca Milesi che ci accoglie nell’ufficio della sua farmacia San Provino di Agno. Frasi che però subito lo definiscono, così come il suo ufficio lo rappresenta: un luogo che rispecchia il suo temperamento garbato e discreto. La porta resta aperta sul via vai della farmacia e, durante tutto il nostro colloquio, egli non manca di rispondere al saluto di chi vi entra per acquistare un medicamento o anche solo per scambiare due parole con lui. Questa non è solo una farmacia; è un luogo di incontro e accoglienza, come ci spiegherà egli stesso in seguito. Qui tutto sa di scaffali ordinatissimi, colorati dalle differenti confezioni di farmaci e preparati, così come deve essere. Eppure, qualcosa ci riporta alla storia della nascita delle farmacie e Luca Milesi incarna l’autentica figura originale del farmacista: “Galenico, speziale, farmacista”, un professionista erudito, ben (in)formato, sapiente in materia di erbe, piante, bacche e ogni altro composto vegetale, capace di formulare preparati in grado di alleviare, fino a poter risolvere, la patologia più o meno seria a monte.

Storicamente, dalle origini ai giorni nostri, la figura del farmacista si è sempre qualificata per elevata expertise, fondendo le qualità e le competenze del medico e del farmacista. Secondo Milesi è sempre stato, e rimane, l’intermediario di salute fra medici e ammalati, assolvendo al compito di counseling in ambito terapeutico. Una funzione che egli oggi rivendica, insieme a quella vicinanza empatica che si crea con la persona che arriva in farmacia.

Luca Milesi, farmacista “per caso” ma “appassionato” per sua stessa ammissione. Coraggioso per indole, come quando, a quindici anni, parte da Agno, dove è nato e cresciuto, per andare in Svizzera interna, a Svitto, a “fare il liceo in tedesco”. “Come spesso succede, finito il liceo mi sono chiesto che fare nella vita. Siccome amavo le materie scientifiche, studiare farmacia è stata una scelta un po’ casuale, e mi sono iscritto al politecnico di Zurigo”.

Parla poco di sé (“Sono piuttosto modesto”), ma proprio questo dice parecchio. 

Segue il suo “temperamento molto curioso e intraprendente” che lo spinge ad essere attivo su più fronti. Negli anni ‘80 incontra Ermanno Sarra, agli esordi della Clinica Ars Medica di Gravesano, presentatogli dall’ingegner Gian Piero Brunello con il quale condivide un’insospettabile passione che lo porta “in volo”.

Ma tutto questo ce lo svelerà solo in seguito...

Dottor Milesi, lo scenario del settore farmaceutico oggi affronta una sfida significativa, fra carenza di collaboratori, ma anche titolari di farmacie, soprattutto nelle zone meno popolate. Da un lato bisogna garantire che la comunità non sia privata dei servizi farmaceutici essenziali; d’altro canto bisogna interrogarsi sulla sostenibilità e attrattività della sua professione: come si è evoluto il ruolo del farmacista?

È innegabile che siamo in un periodo di grossi cambiamenti. Negli anni ’80, quando ho iniziato la pratica, il farmacista era ancora colui che ascoltava, consigliava, ma prevalentemente vendeva o dispensava farmaci prescritti dal medico. Un ruolo che sta evolvendo a livello internazionale un po’ ovunque: questo fenomeno è iniziato dal Canada, dove la mancanza di medici è dovuta anche alla vastità del territorio e i farmacisti hanno iniziato a prodigarsi con piccole visite, controllo della pressione, prescrizione di alcuni farmaci contro la glicemia, ad esempio. L’Inghilterra ha seguito: crisi sanitaria, carenza di medici e lunghi tempi d’attesa hanno mutato la figura del farmacista in fornitore di prestazioni, intensificando altresì la relazione con il paziente.

In Svizzera vige ancora molta prudenza e la collaborazione fra farmacista e medico si declina verso un centro deputato non più esclusivamente alla vendita, ma dove ci si può rivolgere per le piccole cose come la misurazione della pressione e via dicendo. Inoltre, puntiamo molto sulle vaccinazioni: il farmacista è preparato a vaccinare e scarica il medico da quelle attività che si possono svolgere anche in farmacia.

Le piccole farmacie stanno annaspando a causa della nascita dei grandi centri. Andranno scomparendo a discapito di un rapporto individuale e personalizzato con il paziente?

La condanna a morte delle piccole farmacie è decretata dall’aumento esponenziale dei requisiti indispensabili per poter gestire correttamente le nostre attività. I costi di locazione, infrastrutture, informatica, requisiti di qualità e il fabbisogno estremamente elevato di personale adeguatamente formato per poter consigliare al meglio la clientela sono gli elementi che incidono moltissimo sui costi. Spesso, i conti fanno fatica a tornare laddove il proprietario non gestisce più direttamente la sua attività mettendoci la passione e un numero infinito di ore. È quindi ovvio che le piccole realtà faticano sempre più a rimanere aperte e questo purtroppo preclude al cliente/paziente quel suo rapporto personalizzato con il farmacista della farmacia di prossimità. Un rapporto di confidenzialità e fiducia che ogni tanto sconfina pure in un supporto morale, anche perché un momento di tempo lo si trova sempre, fossero solo due minuti, per ogni persona che ci raggiunge in farmacia.

Lei è consulente presso il Gruppo Ospedaliero Sant’Anna e Ars Medica di Sorengo e Gravesano, nonché all’Ospedale Malcantonese di Castelrotto. Qual è il ruolo di supporto del farmacista alla realtà ospedaliera?

Essere consulente significa principalmente creare e gestire una lista interna dei medicamenti utilizzati da centinaia di medici, ciascuno con le proprie esigenze e abitudini. Il ruolo del farmacista è dunque di mediazione, stilando la lista di farmaci sempre disponibili che abbia senso avere a disposizione in termini di dimensioni del nosocomio. Il che significa dialogare con i medici, consultandosi e cercando di capire come razionalizzare i loro bisogni farmacologici. È un lavoro multidisciplinare che amo molto perché mi permette di incontrare tanti professionisti, parlare con loro di farmacoterapia, ed è un arricchimento condiviso: si discute su quella che potrebbe essere la migliore opzione terapeutica; una visione che porto anche fra i farmacisti che non hanno l’opportunità di svolgere un ruolo come questo. Si tratta di un interscambio e un’interdisciplinarietà medico-farmacista che va a favore del paziente e della sua presa a carico.

È pure responsabile per la Svizzera italiana dell’anno di pratica obbligatorio per i futuri farmacisti. Insegnare significa trasmettere tutta la propria esperienza...

E la propria esperienza va trasmessa! Gli studi universitari di farmacia hanno fatto grandi progressi e sono cambiati parecchio: prima si studiava solo teoria (fisica, chimica) Oggi, sotto l’impulso precursore dell’università di Basilea, si è passati a una formazione più pratica. D’altronde, dopo cinque anni di studi lo studente arriva in farmacia e si confronta con i problemi, viene messo alla prova nel rapporto con le persone. Allora, l’anno di pratica obbligatorio permette di scoprire se esiste quel “fuoco sacro” della farmacia: o lo alimenta o lo spegne. È importante che i farmacisti senior siano motivati a trasmettere tutte le risorse necessarie a fare la differenza: solo così sarà una professione svolta ad opera d’arte e a beneficio del paziente. Altrimenti, che si è studiato a fare?

Cosa significa per un ticinese sedere nella Commissione Federale della farmacopea di Swissmedic a Berna?

Significa dare il proprio contributo al “libro madre dei farmacisti” che si usa in concomitanza con la Farmacopea europea, ma sul quale abbiamo sostanze tipicamente svizzere e regole che riguardano principalmente la produzione dei medicamenti. Prescrive tutto quanto va rispettato quando bisogna produrre farmaci, pomate, supposte, capsule e via dicendo, oggi più importante che mai perché si assiste a un ritorno verso una certa personalizazzione: pensiamo alle forme pediatriche che necessitano di dosaggi ad hoc, differenti da quelli dell’adulto. Inoltre, la mancanza di farmaci si fa sentire ancor più nell’ambito pediatrico: se per l’adulto vale ancora la pena di produrre una compressa, i dosaggi pediatrici sono penalizzati da vari fattori: sono più complicati da produrre perché bisogna considerare specifici dosaggi per categoria d’età, ad esempio. Vi sono farmaci poco usati e dobbiamo confrontarci con un mercato relativamente piccolo dove non sempre i produttori decidono di registrarli, e lì dobbiamo intervenire noi. La farmacopea stabilisce anche le regole affinché il farmacista possa produrre medicamenti in piccola quantità, con le norme specifiche e con le sostanze che tipicamente non trovano posto nella farmacopea europea. Per questo gremio mi occupo inoltre delle traduzioni dal tedesco in italiano. 

Secondo l’Ufficio federale di statistica, in Svizzera nel 2022 ben 55% dei cittadiniha fatto ricorso ai farmaci in maniera allarmante, a fronte del 38% nel 1992. Anche l’uso degli antidolorifici ha subito un forte aumento: dal 12% del 1992 al 38% del 2022, anno in cui più della metà della popolazione ha assunto medicinali per un periodo di almeno sette giorni. Inoltre, il consumo dei farmaci aumenta e si intensifica con l’avanzare dell’età. “La pillola va giù” troppo facilmente?

Bisogna dapprima distinguere di quali farmaci parliamo. Vi sono quelli che prima o poi tanti di noi si troveranno ad assumere, come ad esempio gli antipertensivi (la pressione alta è un fattore di rischio per eventi cardiovascolari), le statine (il colesterolo alto è pure un fattore di rischio  non trascurabile) e via dicendo. Ciò si giustifica con l’avanzare dell’età e l’aumento della speranza di vita. Sugli antidolorifici, possiamo ipotizzare che oggi le persone sono meno disposte di un tempo a sopportare qualche dolore. Mentre il ricorso alle benzodiazepine e ai calmanti è aumentato a causa dello stile di vita sempre più stressante cui tutti siamo sottoposti. Anche l’uso dei sonniferi è aumentato: siamo bombardati tutto il giorno da stimoli, stiamo davanti al tablet spesso anche di notte, e non curiamo a sufficienza l’igiene del sonno che invece è un elemento cardine per la nostra salute psicofisica. Viviamo in una società del “tutto e subito”, non tolleriamo di essere un po’ stressati, di non riuscire a prendere sonno, di avere dolori.

C’è grande dibattito sull’uso dei farmaci generici sui quali si dice che finora i farmacisti avessero poco margine di guadagno e, quindi, non li proponevano al paziente che, a sua volta, è ancora un po’ diffidente sulla loro efficacia.

In Ticino l’uso dei cosiddetti generici è ancora meno diffuso che in Svizzera interna. Per questo, con l’Ordine dei farmacisti e la presidentessa di Pharmasuisse abbiamo creato un gruppo di lavoro per sensibilizzare all’uso dei farmaci generici per i quali siamo assolutamente a favore. Ad ogni modo, da inizio 2024 la tendenza sta ulteriormente migliorando anche grazie alla Confederazione che ha disposto di aumentare la franchigia al 40% (a fronte del 10%) a carico delle persone che non scelgono il generico senza ragioni fondate. Per quanto attiene alla diffidenza del paziente, dobbiamo rassicurare sul fatto che il principio attivo del generico è lo stesso di quello del farmaco originale. Piuttosto, sono gli eccipienti che potrebbero causare reali fastidi. 

Inoltre, si stanno affacciando sul commercio i farmaci biosimilari e abbiamo sempre più a che fare con farmaci la cui composizione chimica è molto complessa (per esempio gli anticorpi monoclonali) che sono prodotti con una nuova tecnologia. Si tratta di sostanze non riproducibili sempre in modo perfetto: quindi, mentre per un generico uso la sostanzachimica con cui produco capsule o compresse con liberazione del principio attivo uguale a quello originale, nei biosimilari avremo farmaci molto “simili” ma mai esattamente uguali per via del processo di fabbricazione differenziato. È il motivo che fino a gennaio di quest’anno non permetteva a noi farmacisti di sostituirli; e ora siamo comunque sempre un po’ prudenti nella sostituzione, proprio a causa della variabilità della sostanza attiva. Anche se bisogna dire che quasi tutti i medici stanno cominciando a prescrivere i biosimilari. In ogni caso, sulla prescrizione di farmaci originali, generici o biosimilari fa stato l’etica che deve soppesare molto bene costi, benefici e qualità di vita.

L’Ufficio federale della sanità pubblica starebbe pensando di togliere l’omeopatia dai giochi dei trattamenti erogabili dalle casse malati. Lei cosa ne pensa?

Succede sempre più spesso  di tagliare i costi in modo sempre più irrazionale. A mio avviso, speculare sull’omeopatia non porta lontano, dato il basso costo di questi preparati e per il fatto che i medici omeopatici non pesano molto sul bilancio sanitario. Piuttosto, bisognerebbe istruire e responsabilizzare le persone a non rivolgersi senza coordinazione a un ventaglio di curanti, e a non somministrare farmaci e omeopatia senza una supervisione professionale: la presa a carico coordinata e integrata è la migliore via per una razionalizzazione efficace delle cure, siano esse tradizionali o complementari. Anche perché non si va lontano se a fronte di una diminuzione dei prezzi dei farmaci assistiamo a un aumento del consumo.

Infine l’annosa e inquietante questione della penuria dei farmaci: c’è di che preoccuparci?

È una condizione emergente che ci perseguiterà per i prossimi dieci anni. Non dimentichiamo che la Svizzera, a confronto di altre nazioni, rimane pur sempre un piccolo Paese con un mercato esiguo che non ci rende interessanti: piccolo volume produttivo, la complicazione di imballaggi distinti con le tre lingue diverse, Swissmedic attraverso cui deve passare la registrazione di ogni singolo farmaco... Questo è un problema che non ha grandi soluzioni dietro l’angolo.

Nel salutare il farmacista Milesi, non dimentichiamo dell’uomo Luca che ancora aveva qualcosa da dire a proposito delle sue passioni, e dei suoi desideri ancora da realizzare...

Desideri da realizzare? Lo chiede a uno che nella vita ha già raggiunto molto. Vorrei riuscire ad andare avanti, vivere esperienze interessanti come questa, oggi, con voi, partecipare a progetti stimolanti, riuscire a contribuire, se riesco, con buone soluzioni all’approccio alla salute negli ambiti sanitario, scientifico e politico.

Per il resto, ho tutto quanto potessi desiderare: una bella famiglia con quattro figlie, la mia farmacia... e un piccolo aereo che mi sono costruito da solo in due anni e mezzo. È stato un regalo di mia moglie e delle mie figlie per la festa del papà.

Sì, perché Luca Milesi avrebbe voluto fare l’ingegnere areonautico (“ma ai tempi non avrei avuto sbocchi professionali e ho optato per studiare da farmacista”), un sogno che, supportato dalla sua perenne curiosità, lo ha portato a costruire il suo aereo.

Volare, ecco la passione di Luca Milesi, farmacista per scelta consapevole, aviatore per passione.